Lyrics

Mujica e il resto scompare | Il Mostro | Nessun amico se non il vino | Circo Demonio |
30 Febbraio | Il Vagone | Borraccia | Il Porto di Rio | Sementa di guai (Solchi)


MUJICA E IL RESTO SCOMPARE 

Pepe otra ronda
se aprende mucho más de un dolor amargo.
El viaje más corto
siempre va a ser por el camino más largo.  
Una y mil veces podés arrancar
que la vida se te escapa y se te va. 

Pepe otra ronda
te la ofrezco yo, que mi tiempo es mi vida,
porque las cicatrices 
duelen cuando no duele ya la herida. 
La vida no se puede comprar.
Pepe pedì otra ronda al dueño del bar. 


IL MOSTRO 

Scimmie incravattate al tempio del Dio predatore,
bestie da soma e da riproduzione,
veloci, corrono feroci alla competizione
per fare i kapò nella propria prigione.
Cani canibali vestiti come lupi neri
ululano cori all’idolo mai sazio, 
pagàno il culto e il dazio col sangue e i conti passati 
non sono saldati e nessuno li risarcirà. 

Bianco il cerone in faccia, rosso il naso e in pancia il nero dolore
siamo il cibo del Mostro che si mangia 
questa vita e la vomita via mentre muore. 

Per quanto tempo abbiamo abboccato alla versione
“il Mostro ci nutre e ci vuole sfamare”.
Ci ha dato da mangiare panico e rassegnazione,
ci ha dato da bere il male minore.
Ma è il Mostro che si ciba di noi e del nostro rancore
il suo verme nel cuore ci ha avvelenati.
Ostaggi ipnotizzati da sindrome di Stoccolma 
la misura è colma ed è ora di dire di no. 

Ma da dentro la pancia della bestia non c’è posto migliore
per infligge un ulcera che l’ammazza 
e invertire il verso della bestia che muore. 

La-La la la la la la la /  La-La la la la la la la la 

Guarda il demone negli occhi, senti il rantolo del Mostro:
smostra, sbava, sbrana, brama, chiede pietà.
No che non è tutto apposto se ci è tolto ciò che è nostro
ma il solo odio per il Mostro non basta a fare di noi una comunità.
No che non è tutto apposto costruiamo inseme un posto
ogni scelta ha sempre un costo: sorella di libertà è responsabilità. 


NESSUN AMICO SE NON IL VINO 

Tocca prende una macchina ogni mattina
per andare a fare un lavoro che ti dà
a malapena i quattrini per la benzina
che ti serve per andare là,
a noleggiare il tuo tempo per un salario
che spendi in cose di prima necessità,
tipo per comprarti il whisky necessario
a sopportare questa vita qua. 

Beby aggrappiamoci a una grappa forte
barricata dietro cui mi barrico a volte,
c’è anche vita prima della morte e tequila nelle aorte.
Beby che devo svuotare la bottiglia,
che ci metto dentro un bigliettino,
che c’ho scritto sopra: “nessun amico se non il vino”. 

E alla fine ho anche brindato al caso, al dolore,
ai miei errori e mi so scolato,
mezza vuota o mezza piena, questa vita qua.
E il gusto pieno della vita è amaro, l’hai notato?
Se vuoi brindà mi trovi sempre al bar. 

Beby metti sotto spirito i problemi 
come me, che li rimedio con amari estremi. 
Dai che al massimo guarisci o muori, ma morì si muore tutti.
Beby che devo svuotare la bottiglia, che ci metto dentro il kerosene 
e uno straccio, il fuoco del delirio e il vino rosso che ho nelle vene. 
E mi scorre grappa nelle aorte
barricata dietro cui mi barrico a volte,
c’è anche vita prima della morte e intanto fai due vodke.
Beby che devo svuotare la bottiglia, che ci metto dentro il kerosene,
e ora straccio il fuoco del delirio e il vino dannato che ho nelle vene.  

Brindo alla dannazione del governatore, all’ammutinamento e alla diserzione
di chi non aspetta più come un coglione le briciole dal tavolo del padrone.
Anneghiamo il dolore, ma lui sa nuotare, io brindo a te che intanto non fai altro che ballare 
e se balli sempre la stessa canzone quando mai la farai una rivoluzione.
Brindo a Confindustria che ha anche fatto cose buone, tipo fa la parte del cattivo di un cartone. 
Brindo all’occidente in decomposizione, brindo al dolore.


CIRCO DEMONIO 

Un Demonio senza volto celebra sante messe in scena, 
pantomime di una vita di alternative rimaste fuori dal teatro e sceneggiata finale già prestabilita.
Il filo che impicca la testa è in alto, il terzo a destra.
Le marionette sgambettanti col sorriso finto fanno si si con la testa, 
a fianco l’una dell’altra ma senza legami, tenute insieme dall’alto e agite dal loro creatore,
come palle di vetro, gli occhi senza luce e un ghigno pregno di dolore.
E, con lo sguardo verso l’alto, danzano con la forza di gravità 
senza vedere che sotto i piedi si è scavata una voragine di già.  

Ed attraverso i tagli nella tenda lacerata
squarci di finto cielo e cartapesta colorata.
Il fuoco ha preso il filo appeso e teso al punto di rottura.
E per paura di un’insopportabile libertà
le mani si spingono più in là. 

Cercando l’ultimo millimetro, 
sperando che lo sforzo non sia l’ultimo.
I cardini stavano cedendo già da tempo, 
tutto il teatrino stava scricchiolando.
Marionette afflosciate nella nostalgia 
di un futuro mai esistito,
ma ora che lo spettacolo è finito 
come puoi avere vita adesso,
senza legami, ripiegato su te stesso 
come ogni altra marionetta. 

[Dall’alto il filo che le legava / 
Dal basso il filo che le accomuna] 

Che cosa ci legava?  È appeso a un dito e non alla luna
il filo che ci accomuna. Sospese nel vuoto il fuoco ci consuma. 
Che cosa ci accomuna? Canti comuni comunicanti.
È il filo che ci accomuna? 
Il teatrino è in fiamme e noi marionette allacciamoci strette 
e un coro si rialzerà. 


LA MANO DE DIOS  (Alejandro Romero)

En una villa nació, fue deseo de Dios
crecer y sobrevivir a la humilde expresión
enfrentar la adversidad
con afán de ganarse a cada paso la vida.
En un potrero forjó una zurda inmortal
con experiencia sedienta ambición de llegar
de cebollita soñaba jugar un Mundial
y consagrarse en Primera
tal vez jugando pudiera a su familia ayudar.
A poco que debutó la 12 fue quien coreó “Maradó, Maradó”
su sueño tenía una estrella llena de gol y gambetas
y todo el pueblo cantó nació la mano de Dios “Maradó, Maradó”
llenó alegría en el pueblo regó de gloria este suelo,

Carga una cruz en los hombros por ser el mejor
por no venderse jamás al poder enfrentó
curiosa debilidad, si Jesús tropezó
por qué él no habría de hacerlo?
La fama le presentó una blanca mujer
de misterioso sabor y prohibido placer
que lo hizo adicto al deseo de usarla otra vez
involucrando su vida y es un partido que un día
el Diego está por ganar. 

A poco que debutó… 
Olé, olé, olé, olé, Diego, Diego”.  


30 FEBBRAIO 

Venghino siori venghino, Venghino siori venghino. Venghino siori venghino,
ci sono solo trentamila giorni nella vita, se fai bene il conto: 
per quanti di questi giorni in fondo vale la pena di sta al mondo? 
Se un giorno fosse l’ultimo ma poi ce ne fosse un successivo, 
quali sarebbero in fondo le cose per cui  vale la pena d’esse vivo? 

E allora smetti di vende il tempo e ascolta questo vento
che passa in mezzo ai fiori dei ciliegi che oramai stanno sfiorendo.
E guarda là: Sancho e Don Quichotte al bar
che lasciano la Mancha e vanno a fa un bagno di notte, ah!
Buttarsi dentro il mare per scappà dai temporali,
queste cose elementari le ho imparate alle elementari,
ma le ho capite meglio dopo quarantadue campari.
La, la la la. 

Il Lego che hai costruito smontalo in mille parti,
ma distruggi solo il tuo e lascia sta quello degli altri.
Smonta l’ego per bene che l’ego è una bestiaccia,
rimetti tutto a posto e abbi il coraggio di
guarda’ la gente in faccia. Lascia stare il profilo.
Queste sono le cose che ho imparato all’asilo.
Non c’è nessun appello alla condanna d’esse vivo. 

Lo so che ora che il vaso è in mille pezzi il taglio non si ricuce,
ma la ferita è squarcio da cui può passà la luce.
La speranza è una candela che brucia da entrambi i lati,
ma l’hai accesa col pacchetto di fiammiferi bagnati,
e poi l’hai spenta al vento per dare un nome al destino.
Queste sono cose che hai imparato da bambino,
se guardi questo giorno in più un po’ come se fosse il primo. 

E ora apri il tuo cuore ma nel frattempo apri anche il vino. 
La la la la 

Sul mio scoglio d’inverno, il rumore che fa il vento
che passa in mezzo ai fiori dei ciliegi che oramai stanno sfiorendo.
E un lupo che dorme col me bambino
che guardo questo giorno in più come se fosse il primo.
Un saluto tardivo, perdonami amico se scrivo:
Mi lasci un regalo: adesso ricordo il motivo. 


IL VAGONE (e se muore qualcuno, #pazienza) 

Dimmi la verità: ma il lavoro davero pol’esse che dà libertà?
Lo diceva un signore con scritto Esse Esse.
E poi com’è che si strappa la frusta al padrone
per frustarsi da sé e correre all’estinzione su un folle vagone
che si schianterà in un burrone, ma noi lo sapremo quando 
saremo là, né stazione né orari e i binari segati a metà. 

Saltare giù dal treno in corsa, questo sì è rivoluzionario, 
che sei precario per un salario in un universo di competizione.
Ma c’è un altro verso e un’altra versione, che il denaro non ti ridà il tempo,
stretto fra i denti nascondi a stento un sorriso sghembo, e sai cosa c’è? 

C’è ancora tempo per riconquistare il tuo tempo. 
Intorno a un incendio non ancora spento dal vento 
lo senti che il tempo è più lento. 

Non c’è alcun manico, ci sono lame da entrambi i lati,  
e noi ci siamo accoltellati l’uno con l’altro su questo vagone.
Ma quando, giunti in fondo al burrone, non ci sarà più nessun fratello
a cui puntare questo coltello, dovrai girarlo verso di te. 

E giù in fondo nella vallata c’è un anziano becchino che scava.
Scava signore scava per me, non sono mica indispensabile
per lo sforzo produttivo der paese, proprio nun me va de lavorà
Scava signore, scava più in là, mi faccio sentire io quando sarà.
Ah ah ah ah… 

“Biglietti signori, biglietti per il folle treno! 
Presto signori accalcatevi, solo per i primi cinquemila un bel posto in quarta classe. Signori ammirate il treno, lo guida una mano invisibile, più gli dai carbone, più ne ha bisogno!  E la merce che trasporta siete proprio voi! Quindi amici salite rapidi, superate la concorrenza con entusiasmo e ricordate: non ci sono colleghi o compagni di viaggio ma solo competitori da calpestare. Non c’è alternativa signori, non vorrete mica fare qualche obiezione per caso? In questa repubblica affondata dal lavoro questo viaggio in folle è l’unico possibile, indebitiamoci tutti, ma con euforia, calcoliamo l’incasso, il profitto è immediato, stimoliamo i consumi, implementiamo la performance per la ripresa degli obiettivi pluriennali verso lo sviluppo e la crescita infinita, tipo masse tumorali… E allora, forza, riprendiamo a correre con l’acceleratore premuto fino al collasso fino a quando finalmente ci schianteremo contro il muro. Ma sì, che sarà mai la vita in confronto all’economia? Lesti che il treno parte, il precipizio ci attende, corriamo veloci a consumare, il consumo di noi stessi sulla grande pira sacrificale che è la storia del capitale, e poi pazienza se qualcuno muore.”


BORRACCIA 

Con le banlieue sopra i Campi Elisi(s) scrivo il tuo nome o libertà.
Al vento bandiere in Rojava e Chiapas scrivono il nome di libertà.
E gira in tondo sto giro tondo girando fin quando casca il mondo.
Fai una rivolta un’altra volta ogniqualvolta nessuno ascolta. 

Chi dubita delle proprie lenti nel dubbio si schiera coi perdenti,
con chi prende la pagliuzza corta che tocca a interi popoli e genti.
Chi cerca varchi chi traccia brecce con chi continua a annaffiare erbacce
mentre nei campi di manganelli marciano caschi di mele marce
[con flashball e idrante come se fosse] un diserbante, ma fa lo stesso,  
Parigi in fiamme tornerà presto, e a forza di contà mele marce 
pigliasse fuoco il cazzo di cesto… 
[E gira in tondo sto giro tondo girando fin quando casca il mondo
Fai una rivolta un’altra volta e poi ogni volta nessuno ascolta] 

Genova per noi, un Vietnam insieme ad i compagni
la suola in faccia, mare di botte, il resto alla diaz messi alla gogna
da chi venti anni fa li chiamava teppisti
e che oggi li chiama terroristi 
per un sasso che spacca la vetrina virtuale
o per aprire la sbarra di un casello autostradale,
per un libro, una guerra di classe attorno al fuoco o per una caserma da rioccupare. 
Pensavamo di essere ancora in tempo mentre i controllori della miseria imperante  
brindavano e blindavano benaltre zone rosse e sottraevano ogni cosa vivente
firmando ogni condanna di oggi in nome di una crisi permanente.
Dissero: come il diritto divino dei re fu inevitabile realtà,
adesso il capitalismo e la civiltà del consumo è l’inevitabile realtà,
che gestire la sofferenza come un azienda è un’inevitabile realtà.
E adesso il mondo che piglia fuoco è l’inevitabile realtà. 

Con le comuni anarchiche in Spagna
con Eddi e Erri messi alla gogna
che poi ad uccidere quel ragazzo 
fosse per loro era stato un sasso – certo, col cazzo
L’eterno ciclo della rivolta che ogniqualvolta nessuno ascolta
fin quando sarà rivoluzione e libertà. 

[E gira gira in tondo questo giro tondo girando fin quando casca il mondo
Fai una rivolta falla un’altra volta e poi ogni volta nessuno ti ascolta]


IL PORTO DI RIO 

Il mio cane Tristo è morto di omertà
cor codino sporco di olio  non può più giocà
Addio cane caro tu nel mio cuore sei 
odio il vigliacco destino che ora ti portò Addio!
seppellito alle Dogane del Porto di Rio nell’Orto Bio.
C’è anche morta la nonna lì. 

Ci vuole un liquore, ma lo porto io.
Il vino di Oporto odora di orchidea.
E’ corta ma dona dai la gonna sottana,
ma porta la gonna a maglia la mette un po come
la porta Madonna nel concerto in HD
al Parco di Rio, nel 93.   

Andiamo al Bioparco mi ha detto mia mamma
d’una sorta di oca nera, ti ci porto io.
Né di oca né di maiale, si tratta di un cane!
Diocleziano, diocesano, pare un pornodivo…
Mi zia vegana al dalai lama dona pane poco bio però 
Maradona mai ala giocò


SEMENTA DI GUAI (solchi)

Cantano carovane in viaggio da secoli contro il vento
nel punto in cui inizia e termina il deserto.
Sparpagliano sul cammino tracce che il vento ha cancellato,
senza scia l’acqua si chiude sopra solchi di mare arato. 

La patria è la sabbia, la madre è la rabbia, noi respinti ma mai vinti
oltre i deserti, i fossati, i confini, i muri e i recinti. 
Canti di dolore di bambine con ventri fertili in terre infeconde,
miraggi figli di una frontiera all’orizzonte. 

A Lampedusa, a Lesbo, a Melilla o sul fondo dell’Egeo
sotto la sabbia ecco la testa di una specie di struzzo europeo.
Sul tetto di un treno, sul Mediterraneo, un cammino clandestino
nato da un seme dannato che beffa e segna il destino. 

La speranza che costa la vita a ogni sosta
ma, nemmeno a farlo apposta, non c’è uno straccio di risposta.
La strada la stessa, la sabbia la stessa, ma bisogna andare avanti,
cantano canti migranti stanchi, anonimi e santi.
La barca la stessa, la rabbia la stessa, ma questo non ci spaventa,
rosso il deserto, blu il mare, nera la Mala Sementa.


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